Friday, July 21, 2017

La fine del mondo e il paese delle meraviglie

Ho conosciuto lo scrittore Haruki Murakami due anni fa quando mia madre lesse 1Q84, ma non avevo ancora avuto il piacere di immergermi in uno dei suoi libri. Così in un pomeriggio afoso passato al supermercato nella sezione dedicata ai libri ho preso quasi solo per noia e per caso un romanzo, attratta ed incuriosita soprattutto dalla copertina.



“La fine del mondo e il paese delle meraviglie”. 



Una delle prime opere di Murakami (1985) quasi sconosciuta che forse avrei dovuto leggere dopo altri suoi romanzi, ma che mi ha portata a contatto con uno stile ed un approccio alla descrizione molto diversi rispetto agli scrittori che trattano lo stesso genere urban fantasy

Già dalle prime pagine del libro ho capito che non avrei letto con scioltezza e voracità, ma che mi sarei soffermata pezzo per pezzo, prendendomi tutto il tempo di cui avevo bisogno. Mi sono ritrovata così all’interno di un moderno ascensore  con un personaggio senza nome, la cui singolarità era quella di avere tutto sotto controllo, fin troppo, arrivando addirittura a contare gli yen nella tasca della giacca, moneta per moneta. Un personaggio che Murakami ci fa conoscere interiormente fino a scavare l’interno della sua coscienza, del suo io ed arrivare a delle considerazioni particolari come il mondo è un tavolino da tè formatosi per condensazione di una possibilità tra mille. Allo stesso tempo, come due persone che percorrono binari paralleli, c’è un secondo personaggio che vive in un mondo che va al di là dell’immaginazione, circondato da mura altissime e popolato da strane persone e da strane creature. Come se lo scrittore volesse far emergere questa doppiezza della nostra vita tra percezione ed immaginazione, tra logica e fantasia, tra carne, ossa e spirito, essenza. 


E così mentre a Tokyo quel primo personaggio, che ha dedicato tutta la sua vita al lavoro si ritrova a dover lottare contro il tempo per la propria sopravvivenza tra mille avventure e luoghi sinistri e raccapriccianti, l’altro vive la noia della sua vita nella monotonia della nuova città fantastica in cui vive senza sapere il perchè, sperando un giorno di scappare via oltre quel muro. Così si alternano descrizioni di una Tokyo nella quale il potere del Sistema e della Fabbrica dei Semiotici, due grandi organizzazioni scientifiche, sono quasi ormai arrivati a controllare e dominare tutto il mondo attraverso la rete e la violenza ( e questo è il nostro paese delle Meraviglie, popolato, nei sotterranei della città, da essere immondi, gli Invisibili), e quelle di un paese in cui non succede nulla, dove gli esseri umani, privati della loro ombra, lavorano e vivono senza sentimenti, e dove ritroviamo personaggi come il disumano Guardiano, il gentile Colonnello, la senza cuore Bibliotecaria ( questa è la nostra fine del mondo).

A volte sono rimasta più di un giorno sullo stesso capitolo, rileggendo pezzi che mi sembravano troppo tecnici e “scientifici”, poi ho capito il senso di tutto ciò. Sarei dovuta andare oltre, farmi trasportare non dal significato di quelle parole ma vedere dove mi avrebbero portata. Perchè l’uomo ha sempre avuto il difetto del dover cercare di dare senso alla propria esistenza ed al mondo, classificandolo, nominandolo. Mentre avremmo dovuto soltanto essere più aperti alle emozioni, alle sensazioni ed all’amore. 

Così il lettore, attraverso i propri interrogativi, si ritrova ad avvicinarsi sempre di più all’enigma nascosto tra i due protagonisti, tra le due storie, tra i due binari, per arrivare a conoscere veramente anche se stesso.

E voi, avete mai letto La fine del mondo e il paese delle meraviglie? Cosa ne pensate?

<<<<<<<<<<<<<<<


Titolo: La fine del mondo e il paese delle meraviglie
Autore: Haruki Murakami
Editore:
 Einaudi 
Prezzo: € 12,00 
Pagine: 515

In una piccola e spettrale città chiusa dentro mura che la separano dal resto del mondo, vivono abitanti privi dell'ombra e dei sentimenti, tranquilli al riparo di ogni emozione. Tra di loro, un nuovo arrivato ha il compito di leggere "i vecchi sogni" nel teschio degli unicorni, unici animali del luogo, cogliendo frammenti di memorie e di un'altra vita, di un'altra possibile dimensione. In parallelo, in un'asettica disumana e futuribile Tokyo, un uomo sarà coinvolto da uno scienziato tanto geniale quanto sconsiderato in un esperimento a rischio della vita che lo porterà a calarsi nei sottosuoli della città, in lugubri voragini animate da creature mostruose e maligne, metafore delle paure che agitano la coscienza di tutti. Ed è proprio lì, nel buio fondo della mente, che si troverà la chiave dell'enigma, la soluzione del mistero che lega i personaggi dei due mondi, che sono in realtà l'uno il riflesso dell'altro. Sarà possibile lo scambio tra le due dimensioni, il passaggio in entrambi i sensi, o il viaggio sarà senza ritorno?

Friday, July 7, 2017

Zulu, la Gente del Cielo

Zulu, nome che deriva da amazulu che in isiZulu ( una delle 11 lingue nazionali del Sudafrica) significa “Gente del Cielo”, sono l’etnia più numerosa che popola il Sudafrica, principalmente nell’area del KwaZulu-Natal. Chi volesse saperne di più sulla storia degli Zulu può leggere qui il post dedicato proprio al loro passato. Ho cercato di mostrare le fasi salienti della loro storia, quella di un popolo in continua guerra per la propria terra, la propria identità e libertà.
Oggi mi dedicherò all'organizzazione sociale, ai villaggi, alle loro credenze e superstizioni, supportata da un testo scritto da un missionario giunto in Sudafrica nel 1900, il medico J. B. Mc Cord, ed altri saggi di studiosi stranieri. 
.
.
.
James Bennet McCord, medico missionario venuto dall’America e molto interessato alla cultura sudafricana, descrive nel suo Journal of Race Development le caratteristiche degli Zulu. Secondo il medico americano lo Zulu nel suo ‹‹ nativo stato primitivo ›› è famoso per il suo essere impulsivo, caratteristica che lo rende altruisticamente eroico in battaglia. Per McCord tanti sono gli aggettivi che potrebbero contraddistinguere il tipico Zulu, ma per lui l’unico davvero utile alla comprensione del suo carattere è il suo essere ‹‹ amorale ›› in quanto vive seguendo le sue proprie regole. 
‹‹ Egli è ospitale per consuetudine e finché il suo cibo basterà egli lo condividerà con il suo ospite. Ama se stesso, la sua famiglia ed il suo bestiame›› continua McCord nella sua descrizione ‹‹ E’ appassionato al ballare, al cacciare, al mangiare, al chiacchierare, al fumare tabacco ed al combattere ››. Tradizionalmente lo Zulu ha un modo particolare e distintivo per vestirsi, per McCord ‹‹ quasi completamente selvaggio ››. 
‹‹ Il loro cibo consiste quasi interamente in ciò che coltivano nei giardini arricchito da un pollo occasionale ed una capra, e molto raramente da altra carne ››. Il repertorio culinario degli Zulu comprende una quarantina di piatti per lo più vegetariani, anche se amano la carne. Mais, patate, zucche, fagioli, pomodori ma soprattutto grano per il quale costruiscono un pozzo a forma di vaso, rivestito con argilla e sigillato con una grande pietra piatta, per le stagioni in cui non cresce. 
Sono fieri della loro birra che è ‹‹ la delizia del pagano e la disperazione del missionario ›› per McCord. Preparare la birra è compito delle donne che inizialmente fanno macerare in acqua per un giorno il sorgo ed il mais, poi bollono il tutto e la poltiglia rimasta viene lasciata raffreddare. Ha un contenuto alcolico del 3%, è rinfrescante e nutriente. Tra le altre capanne quella adibita alla fabbricazione della birra è distintiva poiché fatta solo di paglia così da consentire al fumo di uscire velocemente. Gli Zulu sono molto famosi per la loro arte raffinata. Gli oggetti più interessanti sono i contenitori d’argilla decorati o con disegni scolpiti, o con fili metallici o con perline e poi cotti in forno. Naturalmente queste arti tradizionali, come anche i cestini intrecciati d’erba, sono oggi prodotte in massa nelle industrie e poi vendute in tutto il mondo. Conservando così il loro fascino selvaggio e primitivo.
.
.
.
VILLAGGIO E ORGANIZZAZIONE SOCIALE
Chi arriva in un villaggio zulu deve cimentarsi in una stretta di mano a tre fasi con i componenti della tribù, secondo le usanze tradizionali. Poi c’è la cerimonia di benvenuto con l’offerta della birra di sorgo versata all’interno di una piccola zucca scavata. Rifiutarla significa respingere l’ospitalità.
Umuzi è il termine utilizzato per indicare il tipico villaggio zulu. Composto da due palizzate concentriche di tronchi spinati, ha situato all’interno del cerchio più esterno le varie capanne mentre nel cerchio più interno il bestiame, il kraal, con una piccola recinzione per i vitelli. Il villaggio è solitamente costruito su di una leggera pendenza con l’entrata principale all’estremità più bassa. Cosi l’acqua piovana scendendo pulisce il bestiame, il terreno si asciuga velocemente ed i nemici devono combattere in pendenza. All’interno del villaggio le mogli del capo hanno una propria capanna e la posizione di quest’ultime ha un significato proprio. La capanna più grande, opposta all’entrata, è quella della madre del capo, una figura molto importante all’interno della tribù zulu. La capanna del capo è alla sua sinistra, quella della prima moglie alla destra della capanna della madre del capo, la seconda moglie è a sinistra della capanna del capo, la terza moglie è a destra della prima moglie e così via fino a formare l’intero villaggio. Infatti come scrive anche McCord ‹‹ il villaggio sudafricano è composto da un gruppo di capanne, il numero dipende da quante mogli ha un uomo. Ogni moglie ha una capanna per se ed i suoi bambini ››. Ogni villaggio quindi è composto da una sola famiglia ma può arrivare addirittura a 100 o 150 persone poiché all’interno vi saranno anche i figli ed i nipoti. 
La tradizionale capanna ad alveare è conosciuta come iQukwane. La sua costruzione è fatta per lo più di bastoncini, erba e paglia, al centro un albero centrale fungerà da supporto, la porta verrà costruita bassa in modo che chiunque voglia entrare si debba chinare, non vi sono finestre o camini infatti al centro ci sarà solo un piccolo focolare rialzato. Il fumo uscirà fuori dalla porta o attraverso la paglia con l’effetto di fumigare costantemente la capanna. Il capo tribù è chiamato inkosi, oggetto di venerazione e rispetto, un punto di riferimento per l’intero gruppo di cui è responsabile. Il potere del capo oggi è molto inferiore rispetto al passato, ma ancora è responsabile per la sua tribù. 
La poligamia è una delle più antiche istituzioni degli Zulu. Come già spiegato in precedenza ogni capo, come ogni uomo della tribù, può avere diverse moglie, dalla mezza dozzina ad alcune dozzine. La pratica di avere diverse mogli indicava la posizione sociale di un uomo, la sua saluta e virilità. Come spiega anche McCord ‹‹ Un uomo con una sola moglie ha la stessa condizione sociale di un uomo bianco del Sud con un solo schiavo prima della Guerra ››. La prima cosa che un giovane zulu pensa quando raggiunge l’età adulta è il matrimonio. Egli comincia a lavorare per ottenere il denaro o bestiame necessario per la dote, o lobola , della moglie. Dopo aver sposato la prima moglie sarà semplice averne una seconda, una terza e così via, poiché avrà aiuto nel lavoro dalle altre mogli. Il giovane uomo generalmente non si sposa fino a quando non ha compiuto venticinque o trenta anni. Questo poiché deve avere il tempo di guadagnare i soldi per le sue mogli. Le ragazze invece generalmente si sposano giovani, quasi sempre prima dei venticinque anni e spesso prima dei venti. E’ molto comune per un anziano zulu sposare tante giovani donne. 
McCord afferma che ‹‹ dopo che un uomo si è procurato mezza dozzina di mogli ha fatto la sua felicità ››.
Nella tribù zulu, accanto al capo, grande importanza e potere avrà lo sciamano o sangoma poiché la vita e la salute dei vari membri dipenderanno dalla sua abilità e dalla sua volontà. Una figura mistica, generalmente una donna, legata alla medicina tradizionale e alla superstizione popolare. Profondo conoscitore dell’animo umano e molto rispettato dalle comunità, legge il passato, comunica con gli spiriti usando radici, erbe, cortecce, pelli di serpente. Secondo McCord colui è un ‹‹ ciarlatano, lettore della mente ed ipnotizzatore, pratico nello scoprire i segreti e poi dirli come se gli avesse scoperti tramite la sua magia ››. 
.
.
.
CREDENZE E SUPERSTIZIONI
La credenza degli zulu nella stregoneria è universale. Non credono nel destino ma credono che ogni evento si verifichi per un determinato motivo. Per loro la malattia giunge a causa del risultato di qualche veleno somministrato nel cibo o gettato sul corpo di una persona, o causa di qualche stregoneria. 
Il sangoma è solitamente incaricato di accertare la causa degli eventi nefasti e proteggere il clan dagli spiriti maligni. Generalmente è interessato al mondo psichico e lavora in stati alterati per richiamare gli spiriti ed aiutare la comunità. Anche l’iNyanga , il cosiddetto naturopata e medico della tribù, ed il sanusi sono dei professionisti zulu che coinvolgono l’abilità di stati di trance ed altre arti esoteriche. 
La mitologia Zulu ritiene che l’intera vita dipenda da una Grande Battaglia. All’inizio, alle origini, non esisteva nulla se non l’Oscurità Fertile che galleggiava sull’invisibile Riva del Tempo. Un giorno il desiderio si presentò sulla Riva del Tempo cosicché dall’Oscurità Fertile nacque la scintilla della coscienza, il Fuoco Vivo. 
Il Fuoco Vivo era consapevole di essere solo. Ed è da questa sua consapevolezza che nacque la Grande Solitudine. Tutte le creature da allora condividono un po’ di quella solitudine. Nella sua furia e solitudine il Fuoco Vivo cominciò a crescere dall’Oscurità fino a divenire una fiammeggiante luce. Ed è così che iniziò l’eterna lotta della luce e dell’oscurità per tutto l’universo. Una lotta necessaria affinché tutte le cose continuino ad esistere poiché se uno dei due prevalesse sull’altro tutti i viventi morirebbero in una fiamma ruggente. 
Sebbene gli Zulu credano nella Grande Battaglia, credono anche che la terra sia destinata a rimanere in pace. La loro mitologia narra che la Grande Madre Terra abbia creato quattro forti fratelli per sostenere la terra, mantenere la pace e vivere in armonia tutti insieme. Nella terra del ghiaccio, al nord, ha posto il fratello bianco, nel caldo sud ha posto il fratello nero, nell’ovest ha posto il fratello rosso e nell’est il fratello giallo. Tutte e quattro le razze umane sono responsabili per la stabilità e la pace di tutte le popolazioni sulla terra. 
Le leggende narrano inoltre che gli antenati dell’umanità, gli Amadlozi, hanno viaggiato dalla loro casa nel Cosmo, passando per il sistema solare di Sirio, fino ad arrivare sulla nostra terra. Tutte le creature vengono da questi antenati e quindi sono connessi tra di loro in una grande rete della vita. Tutti siamo una grande famiglia. Sima-Kade, l’Albero Zulu della Vita, è un’espressione della consapevolezza sulla connessione di tutte le cose. Sima-Kade significa “Colui che esiste per tutto il tempo, che è esistito da tutto il tempo e che continuerà ad esserci per tutto il tempo”. Attraverso Sima-Kade le persone e le cose sono connesse tra di loro. 
Gli Zulu danno grande importanza ai sogni poiché secondo loro contengono messaggi lasciati dagli Avi. Un’esperienza di sogno importante, definita dalla scrittrice Christina Pratt ‹‹ la chiamata del sangoma››, è l’Ukutwasa. Durante quest’esperienza il sognatore vedrà degli animali, di solito quattro leoni o leopardi ed a volte coccodrilli e serpenti, che lo porteranno lontano e lo divoreranno. Una volta svegliato il sognatore verrà riconosciuto come twasa, un’apprendista che inizierà l’addestramento per diventare un sangoma, tradizionalmente sarà una donna. Gli animali che si manifestano nel Ukutwasa diventeranno gli spiriti protettivi del sangoma. Secondo gli Zulu il sangoma è chiamato ad un destino che non voleva ma che deve seguire poiché è impossibile resistergli. 
Le pratiche della guarigione del sangoma sono basate sulla consapevolezza degli zulu che l’anima umana sia parte integrante dell’Io Universale, Dio, e che l’anima cominci ad esistere quando Dio la crea. L’anima umana è composta da una sostanza fatta di spirito, l’anima ena , che contiene una sfera trasparente, l’anima moya. La sfera contiene due creature simili a vermi, una creatura è rossa piena di impulsi malvagi ed una creature è blu piena di impulsi buoni. Entrambe si muovono, danzano e combattono tra di loro incessantemente. Come l’Universo, ogni individuo è coinvolto nella Grande Battaglia, per creare un equilibrio tra il bene ed il male all’interno del moya, un equilibrio necessario per l’esistenza dell’anima poiché sia la perfetta bontà che la perfetta cattiveria possono provocare la prematura morte dell’anima.
Gli zulu credono che l’ena dopo la morte vaghi sulla terra per un po’ prima di disperdersi, mentre il moya si reincarna in un’altra vita. L’anima ena si svilupperà di nuovo in ogni individuo e porterà con se messaggi di avvertimento per il futuro poiché delle volte può lasciare il corpo ed andare nel futuro. Se gli eventi del futuro sono da evitare l’ena può parlare alla persona tramite i sogni, così da ammonire la persona di fare le scelte giuste. Dopo la morte l’ena si disperderà a meno che non sia nutrita dalle preghiere e dai pensieri dei viventi, questi ena che vagano sono consultati dai sangoma nei momenti di difficoltà e servono da intermediari tra i viventi ed il mondo degli spiriti. 
La religione degli Zulu è basata quindi sul culto degli antenati. Nelle descrizioni dei missionari giunti nel diciannovesimo secolo, uNkulunkulu o Mvelingqangi cioè “colui che viene prima” è concepito come il Dio Zulu o antenato originario. Un antenato di valore, defunto da tempo, può diventare un uNkulunkulu.
Vi sono varie credenze sulla creazione umana. Secondo lo scrittore Zolani Ngwane uNkulunkulu fece scende i suoi due bambini sulla terra, un uomo ed una donna, attaccati ad un cordone ombelicale che poi tagliarono con una canna affilata. Nel 1850 il filologo Wilhelm Heinrich Immanuel Bleek registrò un tradizionale mito Zulu sulla creazione. All’inizio, secondo questo rapporto, uNkulunkulu creò gli esseri umani, neri e bianchi. Il creatore stabilì delle opposizioni di base: i neri avrebbero vissuto sulla terra, i bianchi nel mare; i neri sarebbero stati nudi, i bianchi avrebbero indossato abiti; i neri avrebbero portato lance, i bianchi avrebbero usato pistole. 
Molti però credono che la loro credenza in uNkulunkulu sia stata influenzata dalla religione Cristiana
Molti sono ad oggi i convertiti al cristianesimo che hanno abbandonato la tradizionale pratica della poligamia ed hanno sposato una sola moglie. Questo anche grazie alle varie scuole missionarie che con il tempo sono state costruite in tutto il Sudafrica. Questi sudafricani però continuano a ricordare le vecchie tradizioni, specialmente quando tornano ai villaggi di appartenenza, sanno parlare lo zulu ed insegnano ai loro bambini le vecchie fiabe zulu. Un monito per non dimenticare chi si è stati e continuare a ricordare il popolo che mai si è arreso ma che ha continuato a combattere per la propria discendenza per secoli. 


Bibliografia del post:
  • http://www.blessingsundayosuchukwu.blogspot.it;
  • http://zulu-culture.co.za testi estratti dal libro Zulu People of Heaven di Uli Von Kapff;
  • J. B. McCord, The Journal of Race Development, Vol. 2, No. 2, October 1911;
  • Christina Pratt, An Encyclopedia of Shamanism Volume 2, Rosen Publishing Group, London 2007.


* Per scrivere questo post ho utilizzato degli stralci presi dalla mia tesi triennale in Antropologia Culturale (2013-2014) dal titolo “Viaggio alla ricerca degli Zulu. Storia e mito di un pregiudizio” *
* Per ulteriori informazioni mi potete contattare all’email alexia_girl@hotmail.it *





Wednesday, July 5, 2017

Alla scoperta del Sudafrica

Il tema del viaggio ha sempre affascinato l’uomo. Viaggiare è si un modo per svagarsi, divertirsi, ma soprattutto per uscir fuori dalla propria quotidianità e scoprirne una nuova. Senza pregiudizi, solo con tanta curiosità.
Così quando sono partita per il Sudafrica avevo molte aspettative di quello che avrei potuto fare una volta arrivata, che posti vedere, che luoghi visitare. Ma come succede spesso quando si viaggia in famiglia e si viene ospitati in casa: i più piccoli non hanno molta voce in capitolo sulle decisioni da prendere e così bisogna "ubbidire" ai dettami altrui. Per fortuna mia zia ha insistito molto per farci fare dei giri in alcuni dei posti più suggestivi di Durban e dintorni, se no ci saremmo ritrovati a girovagare solamente per negozi "occidentali" o passare solamente delle giornate da "turisti" e non da viaggiatori. Anche se avremmo potuto fare molto di più, penso sempre che quel viaggio è stato il  punto di partenza per qualcosa di più grande che mi piacerebbe approfondire in futuro...
(Se volete qui trovate il primo post sul mio viaggio e qui quello sugli Zulu)
.
.
.
Il Sudafrica è un luogo magico, caratterizzato da un ambiente incontaminato e molto diversificato può offrire al viaggiatore diversi itinerari in base a ciò che più desidera. Dal deserto alla savana, dalle montagne all'oceano. Non mancano le tracce di una cultura ricca di storia e di tradizioni fatte di musica e colori, così come città cresciute in altezza e brulicanti di ristoranti e centri commerciali.
In questo post vorrei parlare dei luoghi che ho visitato attorno a Durban. Naturalmente il Sudafrica è molto di più di quello che io descriverò qui ( l'1% di quello che si può vedere), ma questo è quello che ho trovato molto interessante ai fini della ricerca sugli Zulu che ho fatto. Spero possa piacervi! :)
.
.
.
LA VALLE DELLE MILLE COLLINE

Prende il nome dalle tante colline, scogliere e valli scolpite nel corso dei secoli dalla forza del fiume Umgeni, che nasce tra le lontane montagne Drakensberg e sfocia infine  nell’Oceano Indiano. 
Impiegammo circa un’ora per arrivare alla Valle delle Mille Colline e mentre ci avvicinavamo sempre più a quel luogo vedevamo attorno ridursi visibilmente il caos ed il traffico della vita nella grande città, addentrandoci invece nel pieno della natura. Scendemmo dalla macchina che stava cominciando a piovigginare, scoprii che era normale nel periodo estivo, caratterizzato da freschi temporali pomeridiani. 
Mi guardai attorno e rimasi senza parole. Stavo ammirando il meraviglioso panorama delle antiche terre del KwaZulu Natal. Eravamo in cima ad una altura e davanti a noi quasi all’infinito si succedevano le altre colline ricche di vegetazione, color verde smeraldo. Il cielo era costellato da nuvole grigie e sprazzi di luce dorata. Sembrava di essere in paradiso, mi sentivo proprio come gli zulu, la “Gente del Cielo”. L’aria era frizzante, tipica delle alture, ed un fresco odore di natura mi inebriava.
Ci incamminammo su per il viottolo terroso quando una guida esperta del posto ci venne incontro e ci accompagnò verso un tipico villaggio Zulu, tra le capanne di paglia a forma alveare, mentre in sottofondo risuonava  una musica tribale creata con il battito dei tamburi.  All’entrata un ragazzo vestito con il tipico grembiule zulu di pelle animale ci fece sedere su scalini di pietra disposti ad arco coperti da un tetto in legno. Di fronte a noi il suggestivo panorama roccioso. Qui la guida ci disse che avremmo assistito ad una rappresentazione di alcune scene tipiche di vita zulu, attraverso energici canti e danze in costume che ci avrebbero portati indietro nel tempo. All’improvviso dei ragazzi con il tipico abbigliamento zulu, con annessa lancia e scudo, entrarono in scena correndo al ritmo dei tamburi e cominciarono a cantare e ballare. Alcuni fischiavano, altri battevano i piedi e le mani, mentre uno di loro colpiva il petto con la lancia. La musica si fermò ed uno dei ragazzi rimase in scesa insieme ad una ragazza con un vaso in testa, stava andando a prendere dell’acqua. Così iniziò la rappresentazione del corteggiamento zulu, recitato nella loro lingua. I due ragazzi si fidanzarono e cominciarono a ballare una danza tribale caratterizzata dal ritmo frenetico del tamburo, dal battere a tempo i piedi per terra e poi rialzarli, in successione,  fino quasi a toccare la testa, mentre delle volte le alzavano ad angolo retto e colpivano il ginocchio con una mano. Donne e uomini ballavano così in mezzo alla scena e noi li guardavamo entusiasti ed increduli. Pensando che quella era una rappresentazione, fatta più e più volte allo stesso modo, ma che in passato, e forse raramente in qualche villaggio zulu, era una quotidianità.   
Gli uomini poi cominciarono a danzare in modo più frenetico, quasi saltando sui piedi, alzando le gambe e girando su se stessi. Alla fine tutti insieme cantarono una canzone melodiosa ed orecchiabile, contraddistinta dai toni bassi degli uomini e quelli acuti delle donne. Nei successivi giorni avrei continuato a ricordare quella melodia. 
Quando la rappresentazione finì percorremmo una stradina che ci condusse tra alcune capanne zulu. Costruite con paglia, erba e bastoncini di legno,  ogni capanna era grande 4 metri di diametro ed alta 2 metri. La porta era molto bassa cosi per entrare dovemmo abbassarci. Internamente in mezzo c’èra un grosso palo di legno che sosteneva la parte alta della capanna, mentre ai lati c’èra un piccolo scalino di pietra lungo il perimetro, dove ci si poteva sedere. Per terra un piccolo braciere spento ed alcuni utensili della cucina, come delle scodelle e dei vasi. Alzando lo sguardo notai un lungo tappeto arrotolato fatto di piccoli legnetti  che scoprii essere il letto dove si coricavano la notte. 
Una cosa che mi colpì molto quando entrai dentro la capanna fu l’odore di affumicato, causato dal fatto che cucinavano all’interno, così come ci mostrò una donna del posto. E anche come scritto in precedenza, era un abitacolo molto buio, ma fresco. 
Le capanne stavano a poca distanza tra di loro ed erano collegate da piccoli sentieri di pietra. Al centro una capanna più grande delle altre che scoprii fosse quella destinata alla persona più importante del villaggio, il capo. 
Sapevo che la rappresentazione che avevamo visto era stata eseguita centinaia di volte allo stesso modo per scopi turistici e che probabilmente non tutti i ragazzi partecipavano abitavano li tra quelle colline, in quei villaggi. Ma allo stesso tempo sapevo che quella stessa rappresentazione era stata unica per me e per la mia famiglia, e che non ci sarebbe capitata occasione migliore per conoscere una popolazione così importante e caratteristica del Sudafrica come quella Zulu. 






HLUHLUWE UMFOLOZI PARK

Qualche giorno dopo capimmo che era giunto il momento di immergerci in un’altra delle avventure più tipiche del continente africano, il safari. Il Sudafrica ne possiede quasi 300 tra parchi nazionali e riserve. Noi essendo nell’area del KwaZulu Natal decidemmo di condurre la nostra esperienza tra la lussureggiante vegetazione subtropicale del Hluhluwe Umfolozi Park. Prima riserva faunistica del Sudafrica , istituita nel 1895 allo scopo di proteggere il rinoceronte dal rischio d’estinzione, al tempo erano due riserve distinte ma nel 1992 vennero unificate costituendo un parco che si estende per 96 mila ettari. 
Quella mattina un signore, che ci avrebbe fatto da guida durante il safari, venne a prenderci direttamente a casa e così partimmo a bordo di un Suv, l’ideale data l’ampiezza e l’altezza dei finestrini. Infatti durante il safari non si può scendere mai dalla macchina ed è importante avere una buona visibilità dall’interno del veicolo. 
L’ideale per un safari è partire molto presto per riuscire a vedere gli animali mangiare e bere lungo le rive di qualche fiume, ma data la distanza dal parco riuscimmo ad arrivare solo alle dieci del mattino. 
Bisogna innanzitutto dire che un safari non è uno zoo dove gli animali sono messi lì solo per essere guardati, ma al contrario vivono liberi e quindi è molto raro vederli vicino le stradine create per il passaggio delle macchine. 
Il primo quarto d’ora lo passammo gridando dalla gioia ‹‹Impala, impala!››, vedendo dei piccoli animali simili a dei cervi dal manto bruno-rossiccio. Ne avvistammo almeno un centinaio e ci abituammo all’idea di trovarne in giro. Gli impala sono un po’ come i piccioni a piazza San Marco. 
Un buon safari è tale se si riescono a vedere tutti e cinque i Big Five, cioè bufalo, elefante, leone, leopardo e rinoceronte. Animali rappresentati anche sui soldi sudafricani, il Rand. Ma al tempo stesso quello che colpisce di un safari è l’attesa, nonostante si riescano a vedere pochi animali, è bello stare lì ad osservare tra gli alberi ed i cespugli qualche coda, qualche manto. Ed anche se alla fine saranno pochi gli animali esotici visti, quello che rimarrà nel cuore sarà l’impegno messo per vedere quei pochi esseri viventi in libertà. 
Non è difficile vedere le zebre, al punto tale che due di esse ci attraversarono la strada imperterrite davanti alla macchina. Tra gli alberi riuscimmo a notare qualche scimmietta, un facocero con i cuccioletti,  qualche ippopotamo, ed in lontananza riuscimmo a vedere, grazie ad un binocolo, delle giraffe ed un elefante che affaticato dal caldo e dalle mosche muoveva incessantemente le orecchie. 
Per pranzo mangiammo in una deliziosa zona adatta alla pausa, con tavoli e sedili di legno, sempre in mezzo alla natura ma più protetti da alcune recinzioni. La guida portò con se un delizioso picnic con pollo, sandwich, patatine, insalata e bibite dolci. 
Dopo esserci rifocillati ci mettemmo nuovamente in macchina, avevamo intenzione di cercare gli ultimi due Big Five che mancavano all’appello: il leone ed il leopardo. Si trattava di una caccia al tesoro, guardavamo attentamente in mezzo agli alberi ed ai cespugli in cerca di una coda o di qualche occhio. Solo dopo un’ora di attenta ricerca riuscimmo a scorgere una leonessa. Era coricata all’ombra di un albero di fronte ad una piccola pozza d’acqua. Ci dava le spalle ma quando alzò la testa e si mise di profilo ci emozionammo per quel gesto, come se ci avesse salutato. L’altro grande felino, il leopardo, sfuggente e capace di mimetizzarsi e rendersi quasi invisibile, non riuscimmo mai a vederlo. Forse il fatto che solo gli Zulu più importanti potessero portare la sua pelle addosso era un indizio del fatto che il leopardo non si era presentato davanti ai nostri occhi perché ancora non eravamo pronti, degni di poterlo osservare. 
Quella sera ripensai alla grandissima esperienza che avevo fatto, chiunque ami viaggiare dovrebbe farlo almeno una volta nella vita. Osservare gli animali completamente liberi nel loro ambiente naturale è una cosa piuttosto rara per noi occidentali abituati a vederli rinchiusi nelle gabbie. E questo può insegnare molto, ad esempio che di tutto il creato l’uomo è l’animale più feroce, quello che lotta ad armi impari, l’unico che uccide più di quanto mangia. E’ questa particolare riflessione mi rimarrà per sempre nel cuore, soprattutto di ritorno da un posto così fantastico.
.
.
.
Questi ultimi posti che descriverò non sono stati interessanti ai fini della mia ricerca sugli Zulu, ma molto stimolanti per quanto riguarda la scoperta di nuovi paesaggi ed animali.





CROCODILE CREEK 

Il nome potrebbe ricordare il famoso "Crocodile Dundee" che ha accompagnato parte della mia infanzia, come quelli di moltissimi altri ragazzi. Infatti l'immagine che mi viene alla mente non appena penso a quel giorno è quella di un uomo con un grosso cappello nero sulla testa, abbronzato e dai capelli dorati, come il nostro caro Paul Hogan, e tante disavventure alle spalle con i suoi cari coccodrilli ( gli mancavano tre dita della mano destra).
Entrati nella riserva, siamo stati accolti da un ragazzo che ci ha subito raccontato la storia del torrente che ci circondava e la varietà di coccodrilli che avremmo visto quel giorno. Dopo qualche informazione preliminare circa le differenze riguardanti le taglie dei più grossi esemplari che si trovavano li dentro, ci ha portati a vedere con i nostri occhi i "terrificanti" e fin troppo calmi animali. Seguimmo un percorso fatto di passerelle e banchine di legno, sollevate tra i preistorici rettili che giacevano coricati sulla riva. Ricordo ancora l'emozione che provai quando cominciarono a muoversi uno sopra l'altro per ritirarsi dentro l'acqua, come a volersi nascondere da noi. Mi venne alla mente "Jurassic Park" ed il fatto che nonostante siamo così affascinati dalle belve più feroci forse dovremmo lasciare che facciano la loro vita al di fuori della nostra, senza essere spiati, controllati e punzecchiati da qualche bastone fin troppo appuntito. E questa riflessione conta anche per me che quel giorno ho tenuto un piccolo coccodrillo tra le mani, che se avesse potuto mi avrebbe tirato via tre dita della mano, solo che aveva la bocca "legata".








SAINT LUCIA ESTUARY
Un pomeriggio affascinante su di un traghetto che ci ha portato sempre più vicino ( nel rispetto però dell'ambiente) ad osservare i magnifici e letali ippopotami. Un viaggio consigliato per chi ama osservare la fauna e la flora circostante in attesa di scorgere  qualche altro animale che si avvicina al fiume. Ci si può imbattere in aironi, uccelli di ogni tipo, coccodrilli e se si ha un po' di fortuna anche qualche animale bere su qualche sponda. Un tour ben organizzato, la guida  ci ha fatto passare tra le mani un lungo dente di ippopotamo e spiegato come sia tra gli animali più pericolosi della terra.











uSHAKA MARINE WORLD
Nonostante sia stata all'Acquario di Genova, non avevo mai visto nulla del genere per quanto riguarda un parco acquatico con giochi, spettacoli per grandi e piccini e un grande acquario. In questo parco ci si può divertire con i più classici giochi con le canoe, materassini o tubi che finiscono in piscina, ma anche immergere in una grande vasca con gli squali ( naturalmente ben protetti da una gabbia), passeggiare sul fondale e fare snorkeling tra i pesci,  ammirare un bellissimo spettacolo di delfini e foche o camminare nello scafo di una vecchia nave adibita ad acquario. Come all'interno di un relitto affondato abbiamo visto delle specie di pesci tropicali magnifici, coloratissimi e particolari.  Il tutto accompagnato dalla bellezza dell'oceano che stanziava dietro di noi.








Nella valigia, di ritorno dal mio viaggio, ho conservato parecchie emozioni. L’incontro con Sphephelo e con gli zulu mi ha fatto capire che al mondo ci sono tante culture diverse dalla nostra, ma non per questo pericolose o spaventose. Il loro è un mondo fatto di sorrisi, energici sorrisi che regalano a chiunque incontrino. E questo sono riuscita a provarlo sulla mia pelle di ritorno dal safari, ripercorrendo la strada principale. Ai lati infatti si trovavano villaggi pieni di casette costruite con cartoni, lamiere ammassate, dove l’unica occupazione e sussistenza è quella creata dai campi che coltivano e dal cibo che ne ricavano. Mentre percorrevamo quella strada un gruppo di bambini seguiti da un anziano signore ci vennero incontro saltellando dalla felicità e salutandoci muovendo affannosamente il braccio in alto. Mi girai e li salutai anche io provocando in essi un ulteriore grido di felicità. La guida mi disse che quelle persone amano stare per strada e salutare i turisti che passano di lì, perché ogni saluto li rende felici.
Nonostante il periodo dell’apartheid fosse solo un lontano ricordo nei cuori di molti africani, rimaneva un’indelebile traccia nelle costruzioni degli europei che vivevano li da generazioni. Case vaste, lussuose, ognuna con un giardino e qualcuna anche con una piscina, recintate da muretti e filo spinato, anche elettrico, per paura dei neri. Una contraddizione che permane anche nell’impiego che hanno gli africani come lavorare per qualche famiglia di bianchi, come parcheggiatori o guardiani o tuttofare, portando ad esempio la spesa dal supermarket fino alla macchina per qualche soldo in più. Come se ancora fossero loro gli ospiti segregati di quel luogo e non i diretti abitanti. 
Il rientro fu caratterizzato, e lo è tuttora, da una dolce e quasi piacevole nostalgia, quello che comunemente viene definito “mal d’Africa”, che rimane a lungo nel cuore e nell’animo di chi viene a contatto con il continente nero. Quotidianamente, anche solo per pochi minuti, mi scorrono le immagini di quanto ho visto e fatto, ormai indelebilmente fissate nella memoria. Anche se sono consapevole del fatto che ancora, nonostante la bellissima esperienza, manchi tanto altro da vedere di quel posto. Le mie aspettative prima della partenza erano quelle di avere un’esperienza più impegnata e attiva nei confronti della realtà “ospitante”, soprattutto quella zulu, attraverso un coinvolgimento ancora più partecipativo della vita in villaggio. Mentre il nostro è stato per lo più un viaggio dove siamo stati spettatori delle situazioni, dei turisti.
Questo sarà il nuovo punto di partenza, il nuovo obiettivo, che avrò la prossima volta che visiterò un paese straniero, un’esperienza che vorrei mi aiutasse a contemplare la vita per quello che è, semplice e naturale. E perché no, vorrei camminare a piedi nudi come Sphephelo per sentirmi più vicina alla mia terra. Un terra utopica dove non c’è diversità, ma solo felicità.