Tuesday, June 27, 2017

Ai folli e ai sognatori: La La Land

Per una ragazza cresciuta a pane e musical, l'uscita di La La Land è stata accompagnata da una doppia sensazione di paura/attrazione. Avevo il timore che tutti quegli Oscar vinti, tutte quelle nomination e le pubblicità quasi ossessive per il nuovo "cult" dell'anno fossero soltanto fumo soffiato in faccia a chi fondamentalmente era solo interessato a qualche canzoncina orecchiabile e adolescenziali balletti stile "Amici" e similari. E invece...

*(Vi consiglio di premere play al video alla fine del post e leggere poi trama e commento, grazie)*

Come in una moderna favola per adulti: "C'era una volta..." in questo caso a Los Angeles, Mia, ragazza acqua e sapone che cerca di ottenere una parte di rilievo in qualche produzione cinematografica, partecipando a numerosi provini (che vanno sempre per il verso sbagliato) e ritrovandosi così a servire caffè e cappuccini vegani a star famose di passaggio lavorando come barista.
E poi c'è Sebastian, un talentoso musicista jazz che sogna di aprire un locale/club di qualità per appassionati del genere per poter regalare sogni attraverso la sua musica, mentre invece quello che fa per pagare le bollette è lavorare in un piano bar,  risultando banale perfino a se stesso. Le loro storie si intrecciano e i loro caratteri si scontrano/incontrano già all'inizio del film, subito dopo la suggestiva sequenza iniziale con la prima canzone in classico "Broadway style"  (balletti e canzoni in un'usuale location autostradale), Another Day of Sun. Finiscono poi per litigare dopo un party esclusivo sulle note di Lovely Night dove si confidano che tra loro non potrebbe mai nascere una vera storia d'amore. E invece, contro ogni previsione... il loro rapporto cresce sempre più tra delusioni lavorative e difficoltà, con la nota positiva del sostegno che reciprocamente  si trasmettono per la realizzazione dei rispettivi sogni.

MyMovies scrive: "Una moderna versione della classica storia d'amore ambientata a Hollywood, resa più intensa da numeri spettacolari di canto e danza. Il film ha ottenuto 14 candidature e vinto 6 Premi Oscar. E' stato premiato al Festival di Venezia, ha vinto 7 Golden Globes, 11 candidature e vinto 5 BAFTA, 4 candidature e vinto un premio al London Critics "

Non ero riuscita a vedere il film al cinema ma meno male che esistono i DVD! E devo dire che questa pausa, in attesa dell'uscita in home video,  mi ha aiutata probabilmente ad essere più obbiettiva. Certo, avevo ancora un po' paura che tutto quello che sui musical sapevo e conoscevo, calasse a picco peggio del Titanic. Ma allo stesso tempo ero entusiasta di vedere come se la sarebbe cavata il regista Damien Chapelle, dopo il suo exploit con "Whiplash",  dirigendo stavolta attori del calibro di Ryan Gosling ed Emma Stone. Per fortuna le previsioni non hanno rovinato la loro reputazione. Il protagonista maschile mi ha profondamente colpito anzi, sorpreso. La sua voce calda ed armoniosa, la sua espressività da consumato attore di teatro, quei balletti (W il tip tap!) mi hanno ricordato Dick Van Dyke ballare con  Julie Andrews ( Bert e Mary Poppins). Eccellente come abbia imparato a doppiare le parti di piano davvero particolari e da virtuoso. Ma, si sa, gli attori sanno proprio fare di tutto!
Emma Stone, dal canto suo,  ha confermato la sua abilità di attrice, anche se sembra esagerare con le sue  ripetitive espressioni malinconiche, ma probabilmente le direttive di regia erano queste: doveva essere così, una giovane ragazza delusa dalla vita, dai propri fallimenti e dalle storie sentimentali che non vanno sempre precisamente come si vorrebbe. Inoltre i due attori, che solitamente non sono veri e propri cantanti e ballerini, si muovono con grande naturalezza, come se fossero proprio nati per girare questo film!

Il tutto è condito con la giusta dose di musica di sottofondo che dall'inizio alla fine accompagna lo spettatore nel prosieguo logico e quasi naturale della storia.  Canzoni orecchiabili e simpatiche, alcune  molto ispirate. La colonna sonora, di Justin Hurwitz, è di grande bellezza, suonata  da un Sebastian  solista (ma anche accompagnata da altri strumenti nel corso del film) tanto che, alla fine, vi sembrerà di non conoscere nessun'altra musica e vi rimarrà in mente per giorni.

L'unica pecca, forse,  é una certa lentezza durante la parte centrale del film, che, se fossi stata l'autrice, avrei tagliato e riassunto in maniera più sintetica. Nonostante questo, ho apprezzato la divisione in capitoli della storia e una perfetta ambientazione anni Cinquanta (abiti, macchine e set cinematografici  molto dettagliati). Come anche le diverse chicche da attenti appassionati di cinema come mani che si sfiorano al cinema al buio, i baci difficili da darsi, le scene oniriche del planetario (che si ricollegavano alla canzone City of Stars) e il bellissimo e (assolutamente non banale) finale. Una conclusione che mi ha lasciato un certo sapore dolce/amaro in bocca. Una sensazione che, anche dopo qualche giorno, non sono riuscita a decifrare. 
Magari è stata proprio questa cosa a farmi apprezzare quest'opera.
Non so. Forse perchè anche io sono un po' sognatrice e folle proprio come Mia e Sebastian e  un "happy ending" tradizionale mi avrebbe magari banalmente resa più felice...




Saturday, June 24, 2017

Storia degli Zulu

Sphephelo Luyanda Mabaso era un piccolo bambino di cinque anni che fin dalla nascita abitava con miei zii, insieme alla madre Mpumeen, la nonna Costance e lo zio Vincenzo. 
Un bambino vivace, allegro, sempre sorridente. Appena arrivammo a casa cominciò a danzare dalla felicità per la nostra venuta ed infine ci cantò l’inno del Sudafrica che aveva appreso qualche giorno prima a scuola. Ci guardava incuriosito con quei suoi grandi occhi marroni, sempre con la testa all’insù, avido di informazioni e novità. 

Dato che abitava con i miei zii, oltre all’afrikaans, lingua ufficiale del Sudafrica, e lo zulu,  sapeva parlare anche l’inglese imparato a scuola, con il quale riuscivamo il più delle volte a comunicare, l’italiano ed il dialetto siciliano che aveva appreso ascoltando i miei zii parlare tra loro. Naturalmente di queste ultime sapeva solo qualche frase e qualche parola di uso quotidiano. 
Sphephelo, scoprii qualche giorno dopo il nostro arrivo, era zulu.




Zulu, la storia di un popolo in cammino 
Uomini coraggiosi, istintivi, abili guerrieri ed al tempo stesso ospitali con il prossimo, amanti del cibo e del loro bestiame,  molto superstiziosi. 
Gli Zulu, nome che deriva da amazulu che in isiZulu ( una delle 11 lingue nazionali del Sudafrica) significa “Gente del Cielo”, sono l’etnia più numerosa che popola il Sudafrica, principalmente nell’area del KwaZulu-Natal. 
Appartenenti al gruppo Ngoni tra i quali troviamo anche gli Swazi e gli Ndebele dello Zimbabwe.
Parlano lo zulu, una lingua bantu appartenente al sottogruppo nguni. Come le altre lingue sudafricane anche lo zulu non aveva alcuna forma scritta ma solo orale, se non prima della venuta dei missionari europei che utilizzarono l’alfabeto latino per trascriverla. Durante gli anni dell’apartheid questa lingua fu del tutto ignorata dal governo e le uniche lingue utilizzate furono l’inglese e l’afrikaans, fino al 1994 ( dopo la fine dell’apartheid).
Gli Zulu abitano la provincia del Natal, o KwaZulu Natal, in Sudafrica, compresa tra i Monti dei Draghi, chiamati così dai Boeri poiché sembravano rappresentare un enorme drago addormentato,  e la costa dell’Oceano Indiano.  E’ famosa per i suoi scenari meravigliosi pieni di selvaggi luoghi naturali, spiagge dorate, dolci colline, pianure erbose. Gli Zulu chiamarono la valle nella quale si stanziarono “Città del Cielo”. 


Secondo delle leggende Zulu,  tramandate di generazione in generazione, intorno a tre mila anni fa un gruppo di persone migrò dall’Egitto verso  Sud con il loro bestiame. Viaggiò sulle coste del Mar Rosso e si stabilì vicino il Grande Lago nell’Africa dell’Est. Il piccolo gruppo crebbe di numero così come il loro bestiame. Alcune famiglie si divisero e si spostarono nel Sudest verso l’Oceano Indiano. Ed è proprio qui che possiamo trovare gli antenati degli Zulu. Infatti la leggenda si trasforma ben presto in realtà perché storicamente per oltre mille anni la popolazione Nguni si spostò verso sud al fine di raggiungere la regione del fiume Umfolozi. Mentre alcuni Nguni si spingevano ulteriormente al Sud per formare poi la nazione Xhosa, siamo interessati in particolare in un piccolo clan governato da un capo chiamato Malandela  che si stanziò nell’area del fiume Umfolozi. Sposato con Nozinja avevano due figli, Quabe e Zulu.  Alla morte di Malandela, Quabe creò problemi alla madre ed al fratello a causa della sua voglia di rubare il piccolo gregge, così Nozinja, Zulu ed alcuni seguaci si spostarono nella lussureggiante valle del fiume Mkhumbane. 
Con il tempo l’accampamento diventò un villaggio, la famiglia s’ingrandì. Zulu si sposò e la sua discendenza cominciò ad utilizzare il suo nome per indicare l’intero popolo. Uno dei suoi figli, Senzangakhona  , diventò capo alla sua morte e così dopo di lui Shaka nel 1815, figlio illegittimo di Senzangakhona. Da giovane Shaka fu bersaglio di molti scherzi a causa della sua illegittimità, tuttavia questi scherni lo trasformarono in un ragazzo impavido ed aggressivo. 
Considerato un “genio militare” da Zolani Ngwane , nel suo libro “Zulu”, in  undici anni accumulò ed addestrò un’armata di cinquanta mila soldati, sconfiggendo tutti i clan locali e trasformando in poco tempo il piccolo regno in un grande e potente impero. Tuttavia egli con colonizzò i territori vinti ma li lasciò come spazzatura, distruggendo il raccolto, bruciando i villaggi, scacciando il bestiame, uccidendo gli uomini e rapendo donne e bambini. 
Il suo regno fu spietato e brutale, molti della sua tribù vennero uccisi per poca o nessuna importanza. Lentamente il suo popolo, sempre più spaventato, cominciò a diventare intollerante a questo genere di violenza gratuita, ma le cose peggiorarono quando la madre di Shaka, Nandi, nell’Ottobre del 1827, morì. Il capo ordinò allora che venissero uccise alcune persone in segno di rispetto per la morte della  madre. 
Un anno dopo Shaka fu assassinato dai suoi fratellastri Dingane e Mhlangana.
Nonostante la sua brutalità viene ancora oggi ricordato dagli Zulu il 24 Settembre nello Shaka Day ed in molti lo paragonano a Napoleone Bonaparte in quanto grande genio militare. 
In punto di morte, Shaka ammonì i suoi due assassini nonché fratellastri, Dingane e Mhlangana, che non avrebbero regnato a lungo poiché l’uomo bianco avrebbe presto portato via il territorio Zulu. Una sorta di ammonizione.

Zulu: storia di un popolo in continua guerra
Nel 1486 il primo europeo a giungere in Sudafrica fu Bartolomeo Diaz che oltrepassò il Capo di Buona Speranza. Furono però gli olandesi i primi a creare un insediamento commerciale, per il rifornimento delle navi, in Sudafrica, nel 1652. Jan van Riebeeck con la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, fondò quella che sarebbe poi diventata Città del Capo.  I coloni olandesi inizialmente dipesero in modo rivelante dalla fornitura di bestiame da parte delle popolazioni indigene perciò si evitò qualsiasi conflitto contro di esse. Questi allevatori si chiamarono “boeri” da boer una parola olandese con il significato di agricoltore, o “afrikaner”. Dopo qualche anno di pace gli olandesi cominciarono ad adottare un efficace controllo sulle terre per l’attività pastorale.
I boeri cominciarono a spostarsi verso est e nord in cerca di nuove terre  e lavoro, generando così un ulteriore aumento della conflittualità con i khoisan,  nel Capo Settentrionale e con le popolazioni di lingua nguni, gli xhosa nel Capo orientale.
La Gran Bretagna assunse il controllo della colonia del Capo nel 1795 come punto di transito del suo commercio verso l’India, durante il periodo napoleonico in cui l’Olanda era diventata un satellite della Francia. Nel 1814 gli olandesi cedettero la colonia ai britannici che la controllarono fino al 1910, l’anno di formazione dell’Unione Sudafricana.
Dopo l’uccisione di Shaka nel 1828 Dingane salì al trono e cominciò a rafforzare il contatto con l’uomo bianco, con i commercianti, i missionari ed i coloni. Naturalmente non si scordò delle parole dette da Shaka, era affascinato dalla loro bigiotteria ma aveva paura dei loro fucili e dei loro cavalli. 
Dingane instaurò anche altre relazioni con i coloni di Port Natal, tuttavia questa relazione si deteriorò al punto che i coloni dovettero per tre volte evacuare il porto mentre i guerrieri zulu saccheggiavano gli accampamenti. 
Nel 1840  il fratellastro di Dingane, Mpande, che era sfuggito all’omicidio che lo voleva fuori dalla linea di successione reale, mandò le sue fedeli truppe ad uccidere il fratellastro, che lo trovarono nello Swaziland. 
Mpande divenne il nuovo capo degli zulu e regnò per oltre trenta anni. Tuttavia molto prima della sua morte, sorse una grande disputa tra i due suoi figli, Cetshwayo e Mbuyazi, per la successione al trono.  La battaglia venne vinta dal figlio maggiore Cetshwayo che instaurò il suo regno l’anno dopo. Egli fece rinascere l’armata zulu ma ebbe continue dispute di confine con i Boeri ad ovest e gli Inglesi a sud. I problemi si inasprirono quando nel 1878 vennero scoperte delle miniere di diamanti e poi di oro che incoraggiarono l’immigrazione e l’interesse britannico per l’entroterra colonizzata dai boeri. Il 1° Dicembre 1878 gli inglesi iniziarono la loro offensiva per conquistare il territorio controllato da Cetshwayo, mandando inizialmente un ultimatum e chiedendo al re di riconoscere la supremazia britannica. Cetshwayo non accettò l’ultimatum così qualche settimana dopo gli inglesi oltrepassarono il Fiume Tugela, che fungeva da confine tra la colonia inglese ed il regno zulu. I due eserciti si scontrarono ad Isandlwana il 22  gennaio 1880 con la schiacciante vittoria dell’esercito zulu, che viene ricordato ancora oggi per il coraggio avuto in battaglia. 
Tuttavia gli inglesi ricevettero ulteriori rinforzi e superiori armi, così a  Kambula e Ulundi furono alla fine annientate le armate Zulu, non importò quanto coraggiosi e valorosi furono. Cetshwayo fu catturato ed esiliato a Città del Capo. Gli inglesi nel frattempo divisero il regno in tredici regioni, divise a loro volta in provincie guidate dai capi locali. Il re zulu venne portato a Londra dove incontrò la regina Vittoria ed infine tornò a regnare uno dei tredici regni fino alla sua morte, nel 1884. Il figlio Dinuzulu divenne re a soli quindici anni. 
Nel 1910, dopo la seconda guerra Boera, le quattro colonie sudafricane (Colonia del Capo, Natal, Stato Libero dell’Orange e Transvaal) vennero unificate in un dominion autonomo in seno al Commonwealth.  L’unione rappresentò un processo di formazione dello Stato sudafricano in cui la dominazione politica dei bianchi venne consolidata attraverso la definizione di un’infrastruttura istituzionale volta alla supremazia dei bianchi stessi. La politica dopo il 1910 fu caratterizzata dall’esigenza di soggiogare definitivamente gli indigeni e di gestire le relazioni fra le due principali componenti della popolazione bianca che avrebbero dovuto riconciliare le loro differenze al fine di creare una nazione sudafricana bianca. La questione dei gruppi indigeni fu affrontata con una politica razziale, della separazione e del riconoscimento delle diversità. 
Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, vinse le elezioni il National Party che cominciò ad instaurare il regime di segregazione razziale noto come apartheid, che già anni prima era stato teorizzato e messo in pratica tramite delle leggi come quella relativa alle riserve indigene. La politica dei diversi ministri che si succedettero negli anni era basata sull’idea che le diverse etnie del Sudafrica non potessero convivere e perciò furono istituiti i bantustan ovvero territori destinati alle popolazioni nere a cui venne ceduto il 13% del territorio sudafricano, attraverso il Group Areas Act (1950) ed il Bantu Authorities Act (1951).
Nei bantustan la maggior parte dei neri viveva in povertà in quanto il governo li aveva istituiti lontani dalle risorse naturali. I neri cominciarono a perdere così i pochi diritti che ancora avevano in Sudafrica , poiché non venivano più considerati come cittadini sudafricani, e coloro che rimasero in città dovettero stabilirsi ai margini , nelle township, vivendo in povertà e miseria.

Intanto le opposizioni nere soprattutto tramite l’African National Congress, fondato nel 1912 con lo scopo di difendere i diritti e le libertà della maggioranza nera, furono messe fuori legge. Infatti il termine apartheid fu associato anche al potente arsenale di leggi di sicurezza che furono sviluppate per controllare il sistema politico ed eliminare ogni forma di protesta e di resistenza. Nella nuova generazione del partito, del African National Congress Youth League, vennero eletti tre nuovi membri tra cui spiccava un trentenne Nelson Mandela. Il partito cominciò una lotta contro la politica dell’apartheid stilando una serie di richieste di libertà e di accesso ai diritti di base. Le manifestazioni si estesero in tutto il paese ed il governo limitò ogni diritto di espressione civile e politica. Nel 1956 vennero arrestati oltre 150 esponenti dell’opposizione e del sindacato fra cui Mandela, accusati di alto tradimento e cospirazione.  Il cosiddetto Treason Trial che si concluderà nel 1961 con l’assoluzione per i sospettati. 
La lotta fra i movimenti di liberazione e il potere bianco ebbe nel 1985 un periodo caratterizzato da continue tensioni, azioni di boicottaggio, scioperi e contestazioni sia nelle aree urbane che in quelle rurali.
Il 2 Febbraio 1990 Frederick Willem De Klerk, succeduto a Botha alla presidenza del paese nell’agosto del 1989, annunciava che i movimenti di liberazione sarebbero stati legalizzati e che Mandela e gli altri leader politici incarcerati sarebbero stati liberati. Molte le ragioni di questa decisione. In primo luogo il paese ormai era incapace di garantire la stabilità e soprattutto poter mantenere, oltre alla legittimità interna, una legittimità internazionale. Il Sudafrica infatti era particolarmente vulnerabile nel contesto internazionale dal quale era sempre più isolato, data l’indipendenza di molti stati africani, mentre la caduta del Muro di Berlino  apriva scenari nuovi nelle relazioni internazionali. Si entrò in una fase di transizione e da quel momento si sviluppò un processo complesso di colloqui, negoziati che avrebbero portato, alla fine, alla trasformazione del sistema politico. Un processo contrassegnato da gravi situazioni di violenza  soprattutto nella regione attorno Johannesburg e nella provincia del KwaZulu-Natal. Ma nonostante i problemi, gli sforzi giunsero a compimento e l’impegno di Mandela e De Klerk per porre fine in modo pacifico all’apartheid e gettare le fondamenta del nuovo Sudafrica democratico valse loro nel 1993 il riconoscimento del premio Nobel per la Pace. 
Il Sudafrica post apartheid si sarebbe fondato su un sistema liberal-democratico definito da una Costituzione ad interim, approvata nel 1996. Il nuovo sistema si basava sul suffragio universale, sulla separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, su un graduale trasferimento di poteri al livello locale e sulla difesa dei diritti civili e politici individuali e collettivi senza alcuna forma di discriminazione. Le prime elezioni libere a suffragio universale si ebbero il 27-28 aprile del 1994 e videro la vittoria di Nelson Mandela che divenne presidente del Sudafrica. In un suo discorso del 10 maggio affermò: ‹‹ abbiamo raggiunto, infine, la nostra emancipazione politica. Ci impegniamo a liberare il nostro popolo dai lacci della povertà, della privazione, della sofferenza e delle discriminazioni di genere e di ogni altro tipo [….]. Dobbiamo pertanto agire insieme come un popolo unito per la riconciliazione nazionale, per la costruzione della nazione, per la nascita di un mondo nuovo ››.
Nel dicembre del 1997 Mandela lasciò la presidenza del partito e venne sostituito da Mbeki.
Dal 2009, dopo le dimissioni di Mbeki, è stato eletto come presidente del Sudafrica Jacob Zuma, di etnia zulu, che ha rinnovato il suo mandato per la seconda volta nel maggio del 2014. 

Bibliografia del post:
  • Nita Gleimius, Emma Mthimunye, Evelina Sibanyani, The Zulu of Africa, Lerner Pub Group, London 2003;
  • Http://zulu-culture.co.za testi estratti dal libro Zulu People of Heaven di Uli Von Kapff;
  • Zolani Ngwane,  Zulu, The Rosen Publishing Group, 1997;
  • Mario Zamponi, Breve storia del Sudafrica, Carocci Editore, Roma 2009;

* Per scrivere questo post ho utilizzato degli stralci presi dalla mia tesi triennale in Antropologia Culturale (2013-2014) dal titolo “Viaggio alla ricerca degli Zulu. Storia e mito di un pregiudizio” *
* Per ulteriori informazioni mi potete contattare all’email alexia_girl@hotmail.it *

Friday, June 23, 2017

South Africa 2010

Sull'aereo verso Parigi
Da sempre ho pensato al viaggio come qualcosa di mistico, magico, una sorta di salto nel vuoto che mi facesse provare quella strana sensazione di paura dell’ignoto prima della partenza. Infatti non si può mai progettare perfettamente il proprio viaggio ideale, anche se preparato con minuzia sarà soggetto a delle piccole variabili che non avevamo previsto sulla nostra strada. Ed è proprio questo che mi affascina tanto, la variabile che cambia il senso del proprio viaggio rendendolo unico perché inaspettato. 
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Quando mia madre mi raccontò di avere degli zii che abitavano in Sudafrica ho sempre sperato che un giorno si decidesse a partire per andare a trovarli. Per via della lontananza e del costo del viaggio abbiamo rimandato tante volte fino a quando abbiamo trovato il pretesto giusto. Nel 2010 i miei zii sarebbero ritornati a vivere in Italia dopo una trentina d’anni che abitavano a Durban, era l’ultima occasione che avevamo per andare a trovarli. Cosi decidemmo che era arrivato il momento di prenotare i biglietti con qualche mese di anticipo e che il periodo di Natale/Capodanno, di quello stesso anno, sarebbe stato quello più adatto. Li in Sudafrica, infatti, avremmo trovato un clima estivo. Anche se avrei preferito passare il Natale al freddo, l’idea non mi dispiaceva affatto. Avrei provato qualcosa di diverso. 
Parigi Charles De Gaulle
Partimmo il 21 Dicembre, la mia famiglia, i miei cugini, mia zia e mia nonna, che già aveva visitato Durban negli anni ’90. 
Il viaggio fu abbastanza lungo. Il primo aereo che prendemmo fu a Catania Fontanarossa destinazione Milano Linate, con scalo a Parigi Charles De Gaulle e al Dubai International Airport. Era la prima volta che varcavo i confini extraeuropei. 








Dubai International Airport
A Dubai rimanemmo qualche ora in attesa della coincidenza per Durban, delle ore passate girovagando per l’aeroporto. Un posto indescrivibile, tanto era grande e moderno. Lusso sfrenato, negozi delle marche più famose, acquari, cascate artificiali, alberi e cespugli. Non credevo potesse esistere un posto del genere. Un luogo dove il mondo arabo si scontrava con il mondo occidentale, donne con l’Hijab, il tipico velo indossato sulla testa, e ragazze in pantaloncini sedevano vicine sulla stessa panchina. Una contraddizione tipica della città che ospitava quell’aeroporto, Dubai, una delle città più ricche del mondo.





Sorvolando l'Africa
Alle nove del mattino prendemmo l’ultimo aereo del nostro viaggio d’andata, destinazione Durban, al King Shaka International Airport. 
Quando finalmente ci imbarcammo l’emozione per l’avvicinarsi della meta iniziava a crescere, sebbene attenuata dalla stanchezza.
Sorvolare l’Africa fu una cosa magnifica poiché il panorama dal finestrino dell’aereo toglieva il fiato. Dopo averla vista in tanti documentari, poterla osservare da lassù fu un’esperienza emozionante ed indescrivibile.





Scendemmo dall’aereo, ancora troppo intorpiditi dalla stanchezza per poter realizzare che eravamo ad un passo dall’uscita dell’aeroporto. Un enorme cartellone al muro diceva ‹‹Welcome to South Africa›› in diverse lingue e sullo sfondo mostrava il Moses Mbhida Stadium, uno dei campi di calcio dove si erano giocati i mondiali qualche mese prima. Ai lati, sempre sul cartellone, Jacob Zuma, presidente del Sudafrica e Nelson Mandela con in mano una coppa. Mostrammo i passaporti al controllo documenti dove ci  chiesero il motivo per cui ci trovavamo li. ‹‹Holiday››.
Sphephelo
Quando uscimmo un getto di aria calda e molto umida ci investì in pieno, mentre in lontananza scorgemmo gli zii che ci venivano incontro insieme ad un piccolo bambino di colore. Mi guardai ancora una volta intorno. Statue di animali a grandezza naturale circondavano l’area fuori dell’aeroporto, un toro, un bufalo, un leone e poi in lontananza anche una riproduzione di una capanna Zulu.
Gli zii ci salutarono e ci presentarono il loro piccolo accompagnatore. Appena lo guardai capii che lui  avrebbe rappresentato la variabile che tanto aspettavo, che sapevo avrebbe rivoluzionato il senso di quel mio viaggio. Sphephelo.
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Cosi inizio a raccontare del mio viaggio in Sudafrica, con una piccola “overture” delle sensazioni e delle emozioni che ho provato durante quei primi giorni, passati per lo più sull’aereo.
South Africa 2010












Andando avanti comincerò a descrivere giorno per giorno quello che ho fatto durante la mia permanenza a Durban, inserendo anche delle curiosità sui luoghi, sulle persone e sulle tradizioni che ho scoperto grazie alla Tesi della Triennale che ho impiantato proprio attorno a questo viaggio, ed aiutandomi con le bellissime foto di mia sorella.